Approfondimento · Stili e linguaggi
Il Movimento Novecento e l'architettura
di Dr. Luigi de Marchi — Architetto
Nato a Milano nel 1922 come movimento di pittori, il Novecento cercò un ponte fra la tradizione classica e la modernità: il «ritorno all'ordine». In architettura trovò il suo linguaggio soprattutto con Giovanni Muzio — da Ca' Brutta alla Triennale. Che cos'è il movimento, quali edifici lo rappresentano e come si distingue dal razionalismo e dal monumentalismo.
Che cos'è il Movimento Novecento
Il Novecento è un movimento artistico italiano nato a Milano alla fine del 1922. All'origine è un gruppo di sette pittori — Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Emilio Malerba, Pietro Marussig e Ubaldo Oppi — riuniti attorno alla critica e collezionista Margherita Sarfatti, che ne fu la promotrice e l'organizzatrice. Il gruppo si presentò al pubblico nel 1923 alla Galleria Pesaro; la Prima Mostra del Novecento Italiano si tenne nel 1926 al Palazzo della Permanente di Milano.
Prima di tutto, quindi, il Novecento è pittura. La sua vicenda figurativa — Sarfatti, Sironi, la pittura murale, il sistema delle mostre — è raccontata nell'articolo L'arte durante il Ventennio. Qui ci occupiamo dell'altra faccia del movimento: l'architettura, che al programma pittorico del «ritorno all'ordine» diede una traduzione in pietra e cemento.
Il «ritorno all'ordine»
Il Novecento nasce in un clima preciso. Finita la Prima guerra mondiale, una parte degli artisti europei abbandonò la stagione delle avanguardie — il Futurismo, il Cubismo — per tornare alle certezze della tradizione: la figura, la composizione, l'ordine classico. È il fenomeno che gli storici chiamano ritorno all'ordine, alimentato in Italia da riviste come Valori Plastici e La Ronda e dalla pittura metafisica.
Non era un ritorno nostalgico. L'idea era recuperare la grande tradizione italiana — classica e rinascimentale — ma leggerla con occhi moderni, per costruire un linguaggio nuovo che fosse insieme radicato nel passato e adatto al presente. In architettura questo significò riprendere gli elementi della classicità — colonne, cornici, simmetria — semplificandoli e accostandoli ai materiali e alle tecniche del Novecento.
Il fenomeno non fu solo italiano. Negli stessi anni gran parte dell'arte europea conobbe un raffreddamento delle avanguardie e un recupero della figura e dell'ordine — basti pensare alla stagione neoclassica di Picasso. Il Novecento italiano è la versione nazionale di questa tendenza continentale: un modo per riannodare il filo con la tradizione dopo la frattura della guerra, sentito con particolare forza in un Paese che di quella tradizione — Roma antica, Rinascimento — si considerava l'erede diretto.
Novecento e architettura: Giovanni Muzio
Il portavoce dell'architettura del Novecento a Milano fu Giovanni Muzio (1893–1982). A partire dai primi anni Venti Muzio divenne il riferimento ideologico di un gruppo di giovani architetti che, in sintonia con il Novecento pittorico di Sarfatti, chiedevano un ritorno all'ordine anche nella progettazione: misura, proporzione, dialogo con la tradizione contro l'improvvisazione e l'eccesso decorativo.
Va chiarito subito un equivoco frequente. Il Novecento architettonico non è il razionalismo, e Giuseppe Terragni non ne fu un esponente: Terragni appartiene al razionalismo, una tendenza diversa e in parte successiva, legata al Movimento Moderno internazionale. Il Novecento di Muzio guarda alla tradizione e la reinterpreta; il razionalismo la scioglie in un'astrazione geometrica. Confonderli è l'errore più comune quando si parla dell'architettura di questi anni.
Le caratteristiche principali
Sul piano formale, l'architettura del Novecento si riconosce da alcuni tratti ricorrenti:
- Ritorno alla classicità — riferimenti espliciti all'architettura classica romana e rinascimentale, ma reinterpretati in chiave moderna, spesso ridotti a citazione o frammento.
- Geometria e simmetria — forme geometriche semplici e impianti ordinati, alla ricerca di equilibrio e armonia.
- Materiali tradizionali e moderni — la pietra e il marmo accostati al cemento armato e all'acciaio.
- Ornamento sobrio — decorazioni ridotte, che sottolineano la struttura invece di sovrastarla, con attenzione all'eleganza più che alla ricchezza.
- Facciate misurate e monumentali — fronti solidi e compatti che richiamano la durevolezza degli edifici classici, senza la retorica del monumentalismo di Stato.
La differenza con la classicità dell'Ottocento è il metodo: il Novecento non copia gli ordini per intero, ma ne scompone gli elementi e li ricompone su edifici moderni, lasciando ampie superfici nude fra una citazione e l'altra. È da questa tensione fra il frammento classico e il vuoto moderno che nasce il suo carattere.
Ca' Brutta: il manifesto (1919–1922)
L'opera che meglio riassume tutto questo è Ca' Brutta, il palazzo di abitazione che Giovanni Muzio costruì fra il 1919 e il 1922 all'angolo fra via della Moscova e via Turati, a Milano. Muzio spezzò il linguaggio classico in pezzi — cornici, bugnati, nicchie cieche, oculi — e li ricompose su un grande edificio residenziale moderno, lasciando fra le citazioni larghe pareti spoglie.
L'edificio avvolge l'angolo fra le due strade con una fronte lunga e calma, la cui mossa più memorabile è la curva d'angolo che gira da una via all'altra, ben visibile nella fotografia d'apertura. I piani bassi sono trattati come un pesante basamento a bugnato; sopra, la parete è scandita da finestre, balconcini e motivi classici isolati — un frammento di cornice, un oculo tondo — su ampie superfici lisce. Nulla è simmetrico in senso accademico, nulla è del tutto ornato: l'effetto nasce dalla tensione fra i pezzi classici e il vuoto moderno che li circonda.
L'effetto spiazzò i contemporanei: non appariva né propriamente classico né francamente moderno. Le critiche furono così aspre che i milanesi ribattezzarono l'edificio Ca' Brutta, «casa brutta» in dialetto — un soprannome nato come insulto e diventato il suo nome. Il tempo ha ribaltato il giudizio: oggi Ca' Brutta è considerata il manifesto costruito del Novecento e uno degli edifici milanesi chiave del secolo. La sua storia è raccontata nella scheda dedicata.
Gli altri edifici di Muzio
Dopo Ca' Brutta, Muzio proseguì per decenni come uno dei protagonisti dell'architettura milanese, applicando lo stesso metodo a edifici pubblici e culturali. Alcune sue opere principali sono documentate da Cultural Heritage Online:
- il Palazzo dell'Arte, sede della Triennale di Milano (1932–1933), fra le sue realizzazioni più celebri;
- l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove Muzio si misurò con i chiostri bramanteschi preesistenti;
- il Palazzo del Popolo d'Italia in piazza Cavour (1938–1942), costruito per ospitare la redazione del quotidiano e oggi noto come Palazzo dell'Informazione.
Attraverso questi lavori il linguaggio di Muzio si evolse: dalla scomposizione sperimentale di Ca' Brutta a fronti via via più compatti e monumentali. Il Palazzo del Popolo d'Italia, in particolare, appartiene alla fase tarda dell'architetto, a ridosso della guerra, e mostra quanto il Novecento si fosse ormai avvicinato al linguaggio monumentale dell'epoca. È anche un edificio legato a una funzione politica precisa — la sede del giornale fondato da Mussolini — e come tale va conosciuto per ciò che è: un documento di architettura e di storia insieme.
Novecento, razionalismo, monumentalismo: tre strade
L'architettura italiana fra le due guerre non fu un blocco unico, e il Novecento è solo una delle sue direzioni. Tenere distinte le tre principali aiuta a leggere gli edifici per ciò che sono:
- il Novecento di Muzio — recupero e reinterpretazione misurata della tradizione classica;
- il razionalismo di Giuseppe Terragni — essenzialità geometrica e funzionalismo, in dialogo con il Movimento Moderno europeo;
- il monumentalismo o neoclassicismo semplificato di Marcello Piacentini — la classicità in chiave retorica e celebrativa, linguaggio ufficiale dell'architettura di Stato.
Le tre tendenze convissero negli stessi anni, a volte negli stessi cantieri, e in parte si scontrarono. Il rapporto fra architettura e potere in quegli anni è approfondito in un articolo dedicato.
Ascesa e declino del movimento
Come tendenza organizzata, il Novecento ebbe una parabola relativamente breve. Dopo la presentazione del 1923 e la Prima Mostra del 1926, il gruppo pittorico raggiunse rapidamente una posizione di rilievo, sostenuto dall'attività instancabile di Margherita Sarfatti. Ma proprio quella centralità attirò critiche da più parti: dai razionalisti, che lo giudicavano troppo legato al passato, e dai fautori di un'arte più tradizionale e retorica, che lo trovavano troppo moderno.
Verso la metà degli anni Trenta il movimento aveva perso la sua compattezza, anche per il ridimensionamento del ruolo di Sarfatti. In architettura, però, la lezione del Novecento non scomparve: continuò a vivere nell'opera dei singoli — Muzio primo fra tutti — e nel modo misurato di stare fra tradizione e modernità che segnò a lungo l'edilizia milanese. La fine del movimento come etichetta non coincise con la fine della sua influenza.
Che cosa resta oggi
Gli edifici del Novecento sono in gran parte ancora in piedi e in uso: abitazioni, università, sedi culturali che fanno parte del tessuto vivo delle città, Milano in primo luogo. Riconoscerli — distinguere il metodo di Muzio da quello dei razionalisti e dei monumentalisti — significa leggere meglio non solo un capitolo dell'architettura, ma un intero momento della cultura italiana, quando il Paese cercava un linguaggio moderno che fosse anche radicato nella propria tradizione.
Cultural Heritage Online documenta questi luoghi come fonti storiche: descrive che cosa sono, chi li progettò e quando, senza celebrarli né condannarli. È il modo in cui, luogo per luogo, si conserva la memoria del costruito.
Domande frequenti
Che cos'è il Movimento Novecento?
Un movimento artistico italiano nato a Milano alla fine del 1922, avviato da sette pittori (Sironi, Funi, Dudreville, Bucci, Malerba, Marussig, Oppi) e promosso da Margherita Sarfatti. Proponeva un «ritorno all'ordine»: il recupero della tradizione classica e rinascimentale reinterpretata in chiave moderna. Ebbe anche un'espressione architettonica, guidata a Milano da Giovanni Muzio.
Chi è l'architetto principale del Novecento?
Giovanni Muzio, portavoce del Novecento milanese in architettura. La sua opera-manifesto è Ca' Brutta (1919–1922). Giuseppe Terragni, spesso citato per errore, appartiene invece al razionalismo.
Qual è l'edificio-manifesto del Novecento?
Ca' Brutta a Milano, di Giovanni Muzio (1919–1922): l'accostamento di frammenti classici e ampie superfici moderne le valse il soprannome dialettale «casa brutta» e la fama di prima opera del movimento.
Che differenza c'è tra Novecento, razionalismo e monumentalismo?
Il Novecento (Muzio) reinterpreta con misura la tradizione classica; il razionalismo (Terragni) è essenziale e funzionalista; il monumentalismo (Piacentini) è retorico e celebrativo. Tre tendenze distinte degli stessi anni.
Quando nacque il Movimento Novecento?
Alla fine del 1922, a Milano. Il gruppo si presentò nel 1923 alla Galleria Pesaro; la Prima Mostra del Novecento Italiano si tenne nel 1926 al Palazzo della Permanente.
Fonti
- Wikipedia (voce controllata su fonti) — Novecento (movimento artistico): fondazione a Milano nel 1922, i sette pittori, Margherita Sarfatti.
- Ordine degli Architetti di Milano — Itinerari di architettura: Giovanni Muzio (Ca' Brutta, ruolo di portavoce del Novecento milanese).
- Dialectics of Modernity (University of Manchester) — Giovanni Muzio, Ca' Brutta (1919–1922).
- Treccani — Giovanni Muzio (Dizionario Biografico) e Novecento (voce di riferimento).
Immagine d'apertura: Ca' Brutta, Milano, fotografia di Paolo Monti (BEIC / Fondo Paolo Monti, 1982), Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0. Per i termini d'uso dei materiali di questa sezione si veda la Policy editoriale e termini d'uso.
