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Approfondimento · Architettura e società

Architettura e potere nell'Italia fascista: razionalismo, monumentalità e propaganda

di Dr. Luigi de Marchi — Architetto

Negli anni Trenta il regime costruì in tutta Italia città, palazzi e monumenti, e fece dell'architettura uno strumento di identità e di propaganda. Un percorso fra i fatti e le interpretazioni della storiografia — dal razionalismo di Terragni al monumentalismo di Piacentini, fino al mito di Roma.

Elaborazione grafica sul tema architettura e potere, con citazioni sovrapposte alla facciata a griglia della Casa del Fascio di Como
«L'architettura è potere». Elaborazione grafica contemporanea sul tema: citazioni del periodo e letture critiche successive sovrapposte alla facciata della Casa del Fascio di Como (Giuseppe Terragni, 1932–1936). Immagine di sintesi editoriale, non documento d'epoca; riprodotta per finalità di studio e discussione. Per i termini d'uso dei materiali di questa sezione si veda la policy editoriale.

Architettura e potere: una premessa

Che il potere politico si serva dell'architettura non è una novità del Novecento. Templi, fori, cattedrali, palazzi di corte: in ogni epoca chi governa ha costruito per rendere visibile e durevole la propria autorità. Lo storico dell'architettura Paolo Nicoloso lo sintetizza così, all'apertura del suo saggio Mussolini architetto:

«Da sempre l'architettura svolge un ruolo fondamentale nel processo formativo dell'identità. Il monumento ha la capacità di trasmettere significati in grado di raggiungere tutta una comunità, la quale in esso poi si viene a riconoscere.» Paolo Nicoloso, Mussolini architetto, Einaudi, 2008

La storiografia dell'architettura del Novecento concorda su un punto: negli anni del fascismo questo rapporto fra edilizia e politica raggiunse in Italia un'intensità e una consapevolezza nuove. È un'analisi, non un giudizio di valore: qui la ricostruiamo attraverso i fatti e le fonti, senza intento celebrativo né denigratorio.

«Mussolini architetto»: la tesi di Paolo Nicoloso

Il libro di Nicoloso (Einaudi, 2008; l'autore insegna storia dell'architettura fra Udine e Trieste) non è propriamente una storia dell'architettura fascista, ma una storia dell'architettura come strumento politico. La tesi centrale è che Mussolini abbia esercitato un vero e proprio «attivismo architettonico»: negli anni Trenta percorse l'Italia inaugurando centinaia di opere, disseminando quelli che Nicoloso chiama «simboli di pietra», con un ruolo privilegiato assegnato a Roma.

Secondo questa lettura, l'architettura diventò un dispositivo per «catturare le masse», alimentare i miti e modellare il carattere delle generazioni — parte del progetto di costruzione di un «uomo nuovo». Nicoloso inserisce inoltre l'attivismo edilizio italiano in un quadro internazionale: negli anni Trenta la competizione con la Germania nazista si giocò anche sul terreno dell'architettura e delle grandi esposizioni, come confronto fra due regimi che affidavano alla pietra parte della propria immagine.

Riportiamo la tesi come tesi accademica, attribuita al suo autore: è una delle interpretazioni più autorevoli del rapporto fra il regime e il costruito, e resta materia di studio e discussione. Distinguere ciò che è fatto documentato da ciò che è interpretazione è il primo obbligo di chi scrive di storia.

Ricostruire un Paese: il programma edilizio degli anni Trenta

Sul piano dei fatti, il dato è documentato: negli anni Trenta l'Italia fu attraversata da un programma edilizio di proporzioni eccezionali. Il Paese usciva dalla Prima guerra mondiale povero, in larga parte rurale e con alti tassi di analfabetismo; il regime presentò la propria attività costruttiva come ricostruzione e modernizzazione, e le diede una scala e una visibilità senza precedenti.

Le realizzazioni coprono tutto lo spettro dell'edilizia pubblica:

È in questo scenario che, come nota la storiografia, «per la prima volta» l'architettura fu impiegata su scala nazionale come simbolo dichiarato dell'identità del Paese: nuovi palazzi pubblici collocati accanto ai monumenti antichi, a comporre un paesaggio urbano che parlava un linguaggio politico.

Le città di fondazione e la bonifica pontina

L'esempio più studiato di questo programma è la bonifica dell'Agro Pontino, a sud di Roma: il prosciugamento di paludi malariche estese, accompagnato dalla fondazione di città interamente nuove. In pochi anni nacquero Littoria (1932), Sabaudia (1934), Pontinia (1935), Aprilia (1937) e Pomezia (1939), popolate in gran parte da coloni provenienti dal Veneto e dal Friuli. Ogni città è documentata da una scheda dedicata, con i suoi luoghi architettonici — municipi, torri civiche, chiese — schedati uno per uno.

Sabaudia in particolare è considerata un vertice del razionalismo urbano: fu progettata da un gruppo di giovani architetti romani (Cancellotti, Montuori, Piccinato, Scalpelli) e realizzata in tempi record. Queste città sono oggi luoghi vivi e abitati, e insieme documenti di un preciso modello di pianificazione: si possono percorrere e leggere ancora nella loro pianta originaria. Cultural Heritage Online le documenta come schede dedicate — da Sabaudia a Latina.

Razionalismo e monumentalità: due linguaggi

L'architettura di quegli anni non fu un blocco unico. Al suo interno convissero, e si scontrarono, due tendenze principali.

Il razionalismo di Giuseppe Terragni

Il razionalismo italiano nasce fra gli anni Venti e Trenta in dialogo con il Movimento Moderno internazionale: geometria essenziale, funzionalità, materiali nuovi. Il suo esponente più celebre è Giuseppe Terragni, autore della Casa del Fascio di Como (progettata nel 1932, completata nel 1936), un'opera che ebbe successo immediato sia negli ambienti culturali del regime sia presso la critica d'avanguardia. In Terragni la classicità non è imitazione di un periodo storico, ma «classicità astratta»: la ricerca di un ordine e di una misura senza tempo.

Il monumentalismo di Marcello Piacentini

Marcello Piacentini fu invece l'architetto che costruì, più di ogni altro, l'immagine ufficiale del potere. Il suo linguaggio — il cosiddetto «stile littorio» — era monumentale, retorico, esplicitamente ispirato alla grandezza romana. Prima della guerra, l'immagine architettonica del regime si identificò soprattutto con il monumentalismo di Piacentini (Città Universitaria di Roma, coordinamento dell'EUR) più che con l'astrazione di Terragni. I razionalisti, per non entrare in rotta di collisione con i progettisti di regime, adottarono spesso un profilo prudente.

Gli edifici del quotidiano

Il programma non riguardò solo le grandi opere di rappresentanza. Il linguaggio architettonico del periodo raggiunse la vita di tutti i giorni attraverso una rete capillare di edifici pubblici, spesso di buona qualità progettuale:

Molti di questi edifici sono ancora in uso, riconvertiti a funzioni civili: scuole, uffici, impianti sportivi. È il caso di innumerevoli case del fascio diventate sedi comunali — un percorso che nell'archivio Interwar Italy si ritrova, per esempio, nell'ex Casa del Fascio di Rubano.

Il mito di Roma: la classicità come linguaggio

Il filo che tiene insieme le diverse tendenze è il richiamo a Roma. La romanità — l'idea di una continuità ideale con la grandezza imperiale — fu il grande serbatoio simbolico del periodo. Una direttiva dell'epoca invitava a che «ogni costruzione sia ispirata a senso di romana grandezza».

Anche qui, però, la classicità assunse due sensi diversi: mimetico e retorico in Piacentini, che citava esplicitamente forme e materiali antichi; astratto e atemporale in Terragni e nei razionalisti, che cercavano nell'ordine geometrico un principio universale più che una citazione. In entrambi i casi il passato romano serviva a rendere «tangibili» i miti fondativi e ad alimentare un immaginario collettivo. Che questo linguaggio funzionasse come strumento di costruzione del consenso è, di nuovo, la lettura della storiografia — riportata come tale.

Dopo il 1945: che ne è stato

Con la caduta del regime, questo patrimonio non scomparve. In molti casi furono rimossi i simboli più direttamente politici — fasci, scritte, insegne — mentre gli edifici restarono in piedi e furono riutilizzati. L'EUR stesso, rimasto incompiuto per la guerra, fu portato a termine negli anni Cinquanta e integrato nella città. Da allora questi luoghi appartengono a quella che gli studiosi chiamano «eredità difficile» (difficult heritage): un patrimonio che si conserva e si studia proprio perché documenta un passato complesso, senza per questo rimuoverlo dalla vista.

Che cosa resta oggi

Buona parte di questo patrimonio è ancora in piedi, ed è oggi oggetto di studio e di tutela come qualsiasi altra testimonianza del Novecento. La Casa del Fascio di Como è studiata nelle scuole di architettura di tutto il mondo; il Palazzo della Civiltà Italiana all'EUR è un'icona riconoscibile di Roma; Sabaudia e Latina sono città abitate, con i loro problemi e la loro storia.

Cultural Heritage Online documenta questi luoghi come fonti storiche: descrive che cosa sono, chi li progettò e quando, senza celebrarli né condannarli. Il valore di conoscerli sta proprio nel poterli osservare per ciò che sono — architettura di un'epoca precisa, con la sua storia — e nel non cancellarli.

Per approfondire:

La mappa Interwar Italy ↗ L'Istituto Luce → Mogliano nel Ventennio → L'archivio dei luoghi →

Domande frequenti

Perché il regime fascista costruì così tanto negli anni Trenta?

Avviò un vasto programma edilizio — città di fondazione, bonifiche, palazzi pubblici, case del fascio, sedi sportive — presentato come ricostruzione e modernizzazione di un Paese uscito povero e rurale dalla Prima guerra mondiale. Secondo la storiografia, l'architettura fu anche strumento di legittimazione e propaganda del potere.

Che cos'è il razionalismo italiano?

La corrente architettonica degli anni Venti e Trenta legata al Movimento Moderno: funzionalità, geometria essenziale, materiali nuovi. Esponente principale Giuseppe Terragni, autore della Casa del Fascio di Como (1932–1936).

Qual era la differenza tra Terragni e Piacentini?

Terragni rappresentava il razionalismo, una classicità astratta e moderna; Piacentini il monumentalismo dello «stile littorio», più retorico e ispirato alla grandezza romana. L'immagine ufficiale del regime si identificò soprattutto con Piacentini.

Che cos'è «Mussolini architetto» di Paolo Nicoloso?

Un saggio (Einaudi, 2008) che ricostruisce l'attivismo architettonico di Mussolini: non una storia dell'architettura fascista, ma una storia dell'architettura come strumento politico.

Quali edifici del periodo si possono ancora vedere?

Molti: la Casa del Fascio di Como, il Palazzo della Civiltà Italiana all'EUR, le città di fondazione come Sabaudia e Latina. Sono documentati nell'archivio Interwar Italy di Cultural Heritage Online.

Fonti

Immagine d'apertura: elaborazione grafica contemporanea sul tema, non documento d'epoca. Testo redazionale a cura di Cultural Heritage Online: ricostruzione basata su fonti, con distinzione esplicita fra fatti documentati e interpretazioni storiografiche. Per i termini d'uso si veda la Policy editoriale e termini d'uso.