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Approfondimento · Arte e design

Grafica e manifesti del Ventennio

di Dr. Luigi de Marchi — Architetto

Il manifesto fu una delle grandi arti popolari del Novecento, e l'Italia ne fu una capitale. Fra le due guerre i «cartellonisti» disegnarono immagini indimenticabili per la pubblicità, per il turismo, per la politica. Da Cappiello a Depero, dai manifesti del Campari a quelli dell'ENIT, fino alla grafica di propaganda: un racconto per fatti verificati, con gli autori documentati da Cultural Heritage Online.

Il manifesto «Bitter Campari» di Leonetto Cappiello, 1921: uno spiritello in costume rosso a pois che esce da una buccia d'arancia su fondo nero
«Bitter Campari» di Leonetto Cappiello (1921): lo «spiritello» che esce da una buccia d'arancia su fondo nero è forse il manifesto pubblicitario italiano più celebre di sempre, e un manuale di come si crea un'immagine-simbolo. Manifesto: Leonetto Cappiello, 1921, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Prima della televisione e di internet, il modo più potente per parlare a tutti era il manifesto: il grande cartellone a colori affisso ai muri delle città. Disegnarlo era un mestiere d'arte, e i suoi maestri — i cartellonisti — erano celebri quanto i pittori. Fra le due guerre l'Italia visse in questo campo una vera età dell'oro, e la stessa maestria fu messa al servizio di tre scopi diversi: vendere, far viaggiare, convincere. È una storia di grande qualità artistica e, insieme, di persuasione: anche qui, documentare non significa celebrare.

La pubblicità industriale

Il terreno d'elezione del manifesto fu la pubblicità. Marche come Campari, Cinzano, Fiat, Pirelli affidarono la propria immagine ai grafici migliori. Il maestro riconosciuto fu Leonetto Cappiello (1875–1942), considerato uno dei padri del manifesto moderno: capì che un cartellone non deve descrivere il prodotto, ma imprimere nella memoria un'immagine-simbolo — come lo spiritello del Campari — che resti impressa in un colpo d'occhio. Cultural Heritage Online ne ricorda gli anniversari di nascita e morte.

Manifesto pubblicitario di Leonetto Cappiello per l'amaro Felsina Ramazzotti, 1926
Cappiello per Felsina Ramazzotti (1926): figura sintetica, colori squillanti, nome ben leggibile. La formula di Cappiello — un solo personaggio memorabile su fondo scuro — fece scuola per decenni. Manifesto: Leonetto Cappiello, 1926, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Accanto a lui, una generazione di talenti. Il futurista Fortunato Depero reinventò la pubblicità del Campari con uno stile geometrico e meccanico, arrivando a disegnare la celebre bottiglietta conica del Campari Soda. Marcello Nizzoli, Sepo (Severo Pozzati) e altri portarono nel manifesto le conquiste delle avanguardie. Le loro opere, ancora tutelate dal diritto d'autore, non sono qui riprodotte, ma i musei e le collezioni del design ne conservano un patrimonio straordinario.

Il manifesto turistico

Un secondo grande filone fu il turismo. L'ENIT, l'ente nazionale per il turismo, e le Ferrovie dello Stato commissionarono ai grafici manifesti per promuovere le mete italiane — il mare, i laghi, i monti, le città d'arte — spesso pensati anche per il pubblico straniero, per attrarre valuta pregiata. Sono immagini eleganti e sintetiche, in cui il paesaggio diventa marchio.

Manifesto turistico dell'ENIT per i laghi italiani, circa 1930, con un paesaggio lacustre stilizzato
«Italian Lakes», manifesto turistico per l'ENIT (circa 1930): i laghi italiani promossi al pubblico internazionale. Il turismo diventa immagine, il paesaggio diventa marchio. Manifesto: ENIT, ca. 1930, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Il maestro del manifesto turistico e di grandi magazzini fu Marcello Dudovich, autore per decenni delle campagne della Rinascente e di splendide immagini di viaggio. Anche in questo caso, poiché la sua opera è ancora protetta, la raccontiamo a parole, rimandando ai musei della pubblicità e della grafica che la conservano.

La grafica politica e sociale

La stessa maestria fu messa al servizio della propaganda. Il regime fu un abilissimo utilizzatore dell'immagine: manifesti per i plebisciti, per le campagne (dalla «battaglia del grano» all'autarchia), per le grandi mostre come la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, il cui manifesto e allestimento coinvolsero artisti di primo piano. La grafica di propaganda usava le stesse tecniche persuasive della pubblicità, applicate però al consenso politico.

Durante la guerra questa grafica raggiunse anche i suoi esiti più cupi: manifesti bellici e, sotto la Repubblica Sociale, immagini di odio e denigrazione. Uno dei grafici più abili del periodo, Gino Boccasile (1901–1952) — famoso per la «Signorina Grandi Firme» — fu anche autore di manifesti di propaganda del regime e della RSI, e fu processato dopo la guerra: una parabola che ne fa una figura tanto tecnicamente notevole quanto storicamente compromessa. Cultural Heritage Online ne registra gli anniversari di nascita e morte come fonte storica, senza riprodurne i manifesti più odiosi.

Gli artisti: dal cartellonismo al design grafico

La generazione dei cartellonisti fu un ponte. Partiti dalla tradizione del manifesto Liberty, artisti come Cappiello, Dudovich, Depero, Nizzoli, Sepo e Boccasile portarono la grafica italiana ai vertici europei e prepararono la nascita, nel dopoguerra, del moderno design grafico e della comunicazione d'impresa. Molti di loro lavorarono a cavallo fra arte pura, illustrazione e pubblicità, e insegnarono a un intero settore che l'immagine è, essa stessa, un linguaggio.

Grafica e regime

Perché la grafica di questi anni è così potente, e insieme così scomoda? Perché pubblicità e propaganda condividono lo stesso segreto: ridurre un'idea a un'immagine che convince prima di ragionare. Il regime lo aveva capito benissimo, e fece della comunicazione visiva uno dei suoi strumenti più efficaci. Studiare questi manifesti — quelli commerciali come quelli politici — significa capire come funziona la persuasione di massa.

La qualità di un manifesto non cancella il suo contenuto, e il contenuto non cancella la qualità. Un cartellone del Campari è un capolavoro di sintesi; un manifesto di propaganda può essere altrettanto ben disegnato e insieme veicolare un messaggio inaccettabile. Distinguere i due piani — la maestria tecnica e ciò che essa serve a comunicare — è il modo corretto di guardare a questa eredità.

Che cosa resta oggi

Di questa stagione restano migliaia di manifesti, conservati nei musei della grafica e della pubblicità, nelle collezioni del design, negli archivi d'impresa. Molte di quelle immagini — lo spiritello del Campari, le figure di Cappiello — sono ancora vivissime e continuano a ispirare la comunicazione di oggi. Cultural Heritage Online documenta questi autori come fonti storiche: ne registra la vita e l'opera, distinguendo sempre il valore artistico dal contesto e dal contenuto.

Per approfondire:

Design, moda e oggetti → L'arte durante il Ventennio → Tutti gli approfondimenti →

Domande frequenti

Che cos'è il cartellonismo?

L'arte del manifesto pubblicitario, fiorita fra fine Ottocento e metà Novecento. I «cartellonisti» disegnavano i grandi manifesti a colori per prodotti, viaggi, spettacoli e cause politiche. In Italia fu un'età d'oro, con maestri come Cappiello, Dudovich e Depero.

Chi era Leonetto Cappiello?

Un cartellonista e pittore (1875–1942), fra i padri del manifesto moderno. Fu il primo a far risaltare figure vivaci su fondo scuro creando immagini-simbolo: sua è la celebre figura dello «spiritello» del Bitter Campari (1921).

Che cos'era il manifesto turistico ENIT?

L'ENIT e le Ferrovie dello Stato commissionavano ai grafici migliori manifesti per promuovere le mete italiane — mare, monti, laghi, città d'arte — spesso rivolti anche al pubblico straniero. Sono fra gli esempi più eleganti di grafica del periodo.

Come si guarda oggi la grafica di propaganda?

Come una fonte storica, non come un modello. Usava le stesse tecniche della pubblicità al servizio del regime e, in guerra, di messaggi anche odiosi. Si studia per capire la comunicazione del consenso, distinguendo il valore tecnico dal contenuto.

Perché non mostrate tutti i manifesti originali?

Perché molte opere (Depero, Dudovich, Nizzoli e altri) sono ancora tutelate dal diritto d'autore: le raccontiamo a parole. Mostriamo solo immagini libere, come i manifesti di Cappiello, oggi di pubblico dominio.

Fonti

Immagine d'apertura: manifesto «Bitter Campari» di Leonetto Cappiello (1921), Wikimedia Commons, pubblico dominio. Le opere ancora tutelate dal diritto d'autore (Depero, Dudovich, Nizzoli e altri) non sono riprodotte, ma descritte nel testo. Per i termini d'uso dei materiali di questa sezione si veda la Policy editoriale e termini d'uso.