Approfondimento · Arte e design
Grafica e manifesti del Ventennio
di Dr. Luigi de Marchi — Architetto
Il manifesto fu una delle grandi arti popolari del Novecento, e l'Italia ne fu una capitale. Fra le due guerre i «cartellonisti» disegnarono immagini indimenticabili per la pubblicità, per il turismo, per la politica. Da Cappiello a Depero, dai manifesti del Campari a quelli dell'ENIT, fino alla grafica di propaganda: un racconto per fatti verificati, con gli autori documentati da Cultural Heritage Online.
Prima della televisione e di internet, il modo più potente per parlare a tutti era il manifesto: il grande cartellone a colori affisso ai muri delle città. Disegnarlo era un mestiere d'arte, e i suoi maestri — i cartellonisti — erano celebri quanto i pittori. Fra le due guerre l'Italia visse in questo campo una vera età dell'oro, e la stessa maestria fu messa al servizio di tre scopi diversi: vendere, far viaggiare, convincere. È una storia di grande qualità artistica e, insieme, di persuasione: anche qui, documentare non significa celebrare.
La pubblicità industriale
Il terreno d'elezione del manifesto fu la pubblicità. Marche come Campari, Cinzano, Fiat, Pirelli affidarono la propria immagine ai grafici migliori. Il maestro riconosciuto fu Leonetto Cappiello (1875–1942), considerato uno dei padri del manifesto moderno: capì che un cartellone non deve descrivere il prodotto, ma imprimere nella memoria un'immagine-simbolo — come lo spiritello del Campari — che resti impressa in un colpo d'occhio. Cultural Heritage Online ne ricorda gli anniversari di nascita e morte.
Accanto a lui, una generazione di talenti. Il futurista Fortunato Depero reinventò la pubblicità del Campari con uno stile geometrico e meccanico, arrivando a disegnare la celebre bottiglietta conica del Campari Soda. Marcello Nizzoli, Sepo (Severo Pozzati) e altri portarono nel manifesto le conquiste delle avanguardie. Le loro opere, ancora tutelate dal diritto d'autore, non sono qui riprodotte, ma i musei e le collezioni del design ne conservano un patrimonio straordinario.
Il manifesto turistico
Un secondo grande filone fu il turismo. L'ENIT, l'ente nazionale per il turismo, e le Ferrovie dello Stato commissionarono ai grafici manifesti per promuovere le mete italiane — il mare, i laghi, i monti, le città d'arte — spesso pensati anche per il pubblico straniero, per attrarre valuta pregiata. Sono immagini eleganti e sintetiche, in cui il paesaggio diventa marchio.
Il maestro del manifesto turistico e di grandi magazzini fu Marcello Dudovich, autore per decenni delle campagne della Rinascente e di splendide immagini di viaggio. Anche in questo caso, poiché la sua opera è ancora protetta, la raccontiamo a parole, rimandando ai musei della pubblicità e della grafica che la conservano.
La grafica politica e sociale
La stessa maestria fu messa al servizio della propaganda. Il regime fu un abilissimo utilizzatore dell'immagine: manifesti per i plebisciti, per le campagne (dalla «battaglia del grano» all'autarchia), per le grandi mostre come la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, il cui manifesto e allestimento coinvolsero artisti di primo piano. La grafica di propaganda usava le stesse tecniche persuasive della pubblicità, applicate però al consenso politico.
Durante la guerra questa grafica raggiunse anche i suoi esiti più cupi: manifesti bellici e, sotto la Repubblica Sociale, immagini di odio e denigrazione. Uno dei grafici più abili del periodo, Gino Boccasile (1901–1952) — famoso per la «Signorina Grandi Firme» — fu anche autore di manifesti di propaganda del regime e della RSI, e fu processato dopo la guerra: una parabola che ne fa una figura tanto tecnicamente notevole quanto storicamente compromessa. Cultural Heritage Online ne registra gli anniversari di nascita e morte come fonte storica, senza riprodurne i manifesti più odiosi.
Gli artisti: dal cartellonismo al design grafico
La generazione dei cartellonisti fu un ponte. Partiti dalla tradizione del manifesto Liberty, artisti come Cappiello, Dudovich, Depero, Nizzoli, Sepo e Boccasile portarono la grafica italiana ai vertici europei e prepararono la nascita, nel dopoguerra, del moderno design grafico e della comunicazione d'impresa. Molti di loro lavorarono a cavallo fra arte pura, illustrazione e pubblicità, e insegnarono a un intero settore che l'immagine è, essa stessa, un linguaggio.
Grafica e regime
Perché la grafica di questi anni è così potente, e insieme così scomoda? Perché pubblicità e propaganda condividono lo stesso segreto: ridurre un'idea a un'immagine che convince prima di ragionare. Il regime lo aveva capito benissimo, e fece della comunicazione visiva uno dei suoi strumenti più efficaci. Studiare questi manifesti — quelli commerciali come quelli politici — significa capire come funziona la persuasione di massa.
La qualità di un manifesto non cancella il suo contenuto, e il contenuto non cancella la qualità. Un cartellone del Campari è un capolavoro di sintesi; un manifesto di propaganda può essere altrettanto ben disegnato e insieme veicolare un messaggio inaccettabile. Distinguere i due piani — la maestria tecnica e ciò che essa serve a comunicare — è il modo corretto di guardare a questa eredità.
Che cosa resta oggi
Di questa stagione restano migliaia di manifesti, conservati nei musei della grafica e della pubblicità, nelle collezioni del design, negli archivi d'impresa. Molte di quelle immagini — lo spiritello del Campari, le figure di Cappiello — sono ancora vivissime e continuano a ispirare la comunicazione di oggi. Cultural Heritage Online documenta questi autori come fonti storiche: ne registra la vita e l'opera, distinguendo sempre il valore artistico dal contesto e dal contenuto.
Per approfondire:
Design, moda e oggetti → L'arte durante il Ventennio → Tutti gli approfondimenti →Domande frequenti
Che cos'è il cartellonismo?
L'arte del manifesto pubblicitario, fiorita fra fine Ottocento e metà Novecento. I «cartellonisti» disegnavano i grandi manifesti a colori per prodotti, viaggi, spettacoli e cause politiche. In Italia fu un'età d'oro, con maestri come Cappiello, Dudovich e Depero.
Chi era Leonetto Cappiello?
Un cartellonista e pittore (1875–1942), fra i padri del manifesto moderno. Fu il primo a far risaltare figure vivaci su fondo scuro creando immagini-simbolo: sua è la celebre figura dello «spiritello» del Bitter Campari (1921).
Che cos'era il manifesto turistico ENIT?
L'ENIT e le Ferrovie dello Stato commissionavano ai grafici migliori manifesti per promuovere le mete italiane — mare, monti, laghi, città d'arte — spesso rivolti anche al pubblico straniero. Sono fra gli esempi più eleganti di grafica del periodo.
Come si guarda oggi la grafica di propaganda?
Come una fonte storica, non come un modello. Usava le stesse tecniche della pubblicità al servizio del regime e, in guerra, di messaggi anche odiosi. Si studia per capire la comunicazione del consenso, distinguendo il valore tecnico dal contenuto.
Perché non mostrate tutti i manifesti originali?
Perché molte opere (Depero, Dudovich, Nizzoli e altri) sono ancora tutelate dal diritto d'autore: le raccontiamo a parole. Mostriamo solo immagini libere, come i manifesti di Cappiello, oggi di pubblico dominio.
Fonti
- Cultural Heritage Online — anniversari degli autori: Leonetto Cappiello, Gino Boccasile.
- Treccani — voci Cappiello, Leonetto; Dudovich, Marcello; Depero, Fortunato; cartellonismo.
- Leonetto Cappiello, Bitter Campari («lo spiritello»), 1921; ENIT, manifesti turistici anni Trenta.
- Gino Boccasile (1901–1952), cartellonista e autore di propaganda del regime e della RSI, processato nel dopoguerra.
Immagine d'apertura: manifesto «Bitter Campari» di Leonetto Cappiello (1921), Wikimedia Commons, pubblico dominio. Le opere ancora tutelate dal diritto d'autore (Depero, Dudovich, Nizzoli e altri) non sono riprodotte, ma descritte nel testo. Per i termini d'uso dei materiali di questa sezione si veda la Policy editoriale e termini d'uso.
