Approfondimento · Arte e società
Le esposizioni d'arte e il concetto di nazionalità nell'Italia degli anni Trenta
di Stefano Vigolo · Direzione scientifica
Nel corso degli anni Trenta lo Stato italiano promosse l'arte nazionale, su scala interna e internazionale, attraverso un sistema organizzato di grandi mostre. Biennale e Quadriennale, Mostre Sindacali, la Mostra della Rivoluzione Fascista: rassegne che furono insieme vetrina artistica, strumento di identità nazionale e, in parte, macchina di propaganda. Un percorso fra i fatti e le interpretazioni della storiografia, senza intento celebrativo né denigratorio.
Un sistema di mostre
Fra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta il mondo delle esposizioni d'arte italiane fu riorganizzato in un sistema. Non si trattò soltanto di ospitare mostre, ma di costruire un apparato — istituzioni, calendari, giurie, acquisti pubblici — che raggiungeva l'artista in ogni provincia e ne indirizzava la carriera. Lo Stato vi ebbe un ruolo crescente: promuovere l'arte italiana su scala nazionale e internazionale divenne un obiettivo dichiarato.
Che questo sistema servisse anche a proiettare un'immagine di identità nazionale e a costruire consenso è la lettura consolidata della storiografia (fra gli altri Ruth Ben-Ghiat ed Emily Braun). È un'analisi, non un giudizio di valore: qui la ricostruiamo attraverso i fatti, distinguendo ciò che è documentato da ciò che è interpretazione.
La proiezione non era solo interna. Negli stessi anni il regime organizzò mostre di arte italiana all'estero — in particolare fra il 1935 e il 1937 — per portare in altre capitali europee l'immagine del Paese e la sua produzione contemporanea. L'arte diventava, in questo senso, anche uno strumento di politica culturale internazionale: un modo per far parlare dell'Italia fuori dai confini, in dialogo e in concorrenza con le altre grandi nazioni europee.
La Biennale di Venezia e la Mostra del Cinema
La più antica di queste istituzioni era la Biennale di Venezia, nata nel 1895 come grande vetrina internazionale dell'arte contemporanea. Nel 1930 la Biennale fu trasformata in ente autonomo, passando sotto un più diretto controllo pubblico e ampliando le proprie attività oltre le arti figurative.
Fu in questo quadro che, nel 1932, nacque la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica: la prima edizione si tenne dal 6 al 21 agosto 1932 sulla terrazza dell'Hotel Excelsior, al Lido. È il più antico festival cinematografico del mondo. La Biennale e la sua nuova sezione dedicata al cinema erano la finestra internazionale del Paese: rassegne che portavano a Venezia pubblico, stampa e opere da tutta Europa e oltre.
La Quadriennale di Roma e le Mostre Sindacali
Sul versante nazionale il cardine era la Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma, la cui prima edizione si tenne nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni: la grande rassegna che ogni quattro anni doveva fare il punto sull'arte italiana vivente. Vi parteciparono circa cinquecento espositori, e per la prima volta in una mostra di quella scala fu introdotta la possibilità di candidarsi al giudizio di una giuria, in luogo del solo invito personale — un dettaglio che dice molto del passaggio da un mondo di studi e mecenati a un sistema regolato dallo Stato. Ai futuristi fu riservata una sala.
Più capillari, e forse più decisive per la vita quotidiana degli artisti, erano le Mostre Sindacali, organizzate dal Sindacato Nazionale Fascista delle Belle Arti (istituito nel 1927) su base provinciale, interprovinciale e nazionale. La prima Mostra nazionale del Sindacato si tenne a Firenze nel 1933. Erano queste rassegne, ripetute ogni anno in decine di città, a regolare l'accesso alle esposizioni, agli acquisti pubblici e al mercato: per un pittore o uno scultore di provincia, esservi ammesso poteva significare la differenza fra una carriera e il silenzio.
Approfondimento collegato: il funzionamento interno di questo sistema — i movimenti, gli artisti e le singole rassegne — è raccontato nell'articolo dedicato.
L'arte durante il Ventennio: movimenti e mostre →La Mostra della Rivoluzione Fascista (1932)
Il caso in cui arte, architettura e potere si intrecciarono più strettamente fu la Mostra della Rivoluzione Fascista, inaugurata al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 28 ottobre 1932, per il Decennale della Marcia su Roma, e rimasta aperta fino al 1934. Non era propriamente una mostra d'arte, ma un'esposizione storico-propagandistica sulla vicenda del fascismo; è qui però che il regime chiamò a raccolta alcuni fra i più noti artisti e architetti del momento.
La facciata del vecchio palazzo ottocentesco fu ridisegnata da Adalberto Libera e Mario De Renzi, che la trasformarono in una quinta monumentale con quattro grandi fasci metallici; Giuseppe Terragni allestì la sala dedicata al 1922, Mario Sironi curò fotomontaggi e apparati, Enrico Prampolini intervenne con opere plastico-decorative. La mostra registrò circa quattro milioni di visitatori. Che fosse concepita come dispositivo per «catturare le masse» è la lettura della storiografia; sul piano dei fatti, resta uno degli esempi più studiati di arte messa al servizio della rappresentazione del potere.
Arte, identità e propaganda
Le esposizioni del periodo ebbero una doppia natura. Da un lato furono piattaforme artistiche reali, in cui convissero linguaggi molto diversi e in cui gli artisti poterono confrontarsi su idee e temi anche complessi. Sulle stesse pareti potevano trovarsi il classicismo solido del Novecento Italiano promosso da Margherita Sarfatti, la dinamica del Secondo Futurismo e dell'aeropittura, il tonalismo della Scuola romana e le prime ricerche astratte: dal realismo al futurismo, uno spettro ampio. Il regime, come nota la storiografia, non impose un'arte di Stato unica. Dall'altro lato le mostre furono strumenti di identità nazionale e di consenso: servivano a mostrare l'Italia a sé stessa e al mondo, e a legare la vita artistica alle istituzioni.
Una parte della produzione esposta aveva carattere celebrativo: opere monumentali che mettevano in scena temi eroici, il lavoro, il mito di Roma, la figura del capo. In alcune rassegne — la Mostra della Rivoluzione Fascista, e più tardi le esposizioni coloniali e di guerra — la componente propagandistica era esplicita, con opere che celebravano imprese militari o rappresentavano gli avversari del regime. Lo registriamo per quello che è: contenuto documentato di quelle mostre, da descrivere, non da condividere.
L'iscrizione che corre sopra la sala nella fotografia d'apertura fissa bene questa idea: l'arte come «fonte perenne di vita per il popolo italiano». Vale la pena notare una tensione. Nel 1923 Mussolini, inaugurando una mostra del gruppo Novecento, aveva dichiarato di non voler incoraggiare «nulla che somigli a un'arte di Stato»; dieci anni dopo, la funzione pubblica e collettiva dell'arte era proclamata apertamente. Fra queste due frasi corre buona parte della storia culturale del periodo.
Che cosa resta
Di quel sistema di mostre resta oggi una mole imponente di documenti e di opere, conservati e studiati dalle istituzioni che le organizzarono: l'ASAC, l'archivio storico della Biennale di Venezia; l'archivio della Quadriennale di Roma; l'Archivio Centrale dello Stato, che custodisce i materiali della Mostra della Rivoluzione Fascista; e i musei che conservano i dipinti e le sculture allora esposti.
Sono fonti preziose perché documentano da vicino i meccanismi con cui un regime costruì la propria immagine e organizzò la cultura. Cultural Heritage Online le tratta come tali: descrive che cosa furono queste mostre, chi le progettò e quando, senza celebrarle né condannarle. Conoscerle significa poterle osservare per ciò che sono — un capitolo preciso, e complesso, della storia culturale italiana.
Per approfondire:
L'arte durante il Ventennio → Architettura e potere → Gli articoli sul periodo ↗ L'archivio dei luoghi →Domande frequenti
Quali furono le principali esposizioni d'arte del periodo fascista?
La Biennale di Venezia (ente autonomo dal 1930), la Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma (prima edizione 1931), le Mostre Sindacali del Sindacato Nazionale Fascista delle Belle Arti, la Mostra della Rivoluzione Fascista (1932) e la prima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (1932).
Che cos'era la Mostra della Rivoluzione Fascista?
Un'esposizione storico-propagandistica sulla vicenda del fascismo, aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 28 ottobre 1932 per il Decennale della Marcia su Roma. La facciata fu di Libera e De Renzi, con sale di Terragni, Sironi e Prampolini; registrò circa quattro milioni di visitatori.
Quando nacque la Mostra del Cinema di Venezia?
Nel 1932, come sezione della Biennale: la prima edizione si tenne dal 6 al 21 agosto 1932 all'Hotel Excelsior del Lido. È il più antico festival cinematografico del mondo.
Le esposizioni imponevano un unico stile?
No. Nelle rassegne convissero linguaggi molto diversi, dal realismo al futurismo. Il regime non codificò un'arte di Stato unica.
A che cosa servivano le esposizioni per il regime?
Secondo la storiografia, a proiettare un'immagine di identità nazionale, a dare prestigio internazionale all'Italia e a inquadrare la vita artistica. Parte della produzione esposta aveva carattere celebrativo e, in alcune rassegne, propagandistico.
Dove si studiano oggi questi materiali?
Negli archivi delle istituzioni che le organizzarono: l'ASAC della Biennale, l'archivio della Quadriennale, l'Archivio Centrale dello Stato per la Mostra della Rivoluzione Fascista, oltre ai musei che conservano le opere.
Fonti
- Ruth Ben-Ghiat, La cultura fascista, Il Mulino (ed. it.), sul rapporto fra cultura, arte e progetto del regime.
- Emily Braun, Mario Sironi and Italian Modernism. Art and Politics under Fascism, Cambridge University Press, 2000.
- Documentazione storica sulla Mostra della Rivoluzione Fascista (1932–1934), Palazzo delle Esposizioni di Roma; Archivio Centrale dello Stato.
- La Biennale di Venezia — ASAC: nascita dell'ente autonomo (1930) e prima Esposizione Internazionale d'Arte Cinematografica (1932).
- Documentazione sulla I Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma (1931) e sulle Mostre del Sindacato Nazionale Fascista delle Belle Arti (dal 1933).
Articolo a cura di Stefano Vigolo, direzione scientifica della sezione. Ricostruzione basata su fonti, con distinzione esplicita fra fatti documentati e interpretazioni storiografiche. La fotografia d'apertura è un documento d'epoca riprodotto per finalità di studio e critica. Per i termini d'uso si veda la Policy editoriale e termini d'uso.
