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Approfondimento · Arte e design

Design, moda e oggetti dell'Italia del Ventennio

di Dr. Luigi de Marchi — Architetto

Non solo monumenti e grandi opere: fra le due guerre l'Italia comincia a disegnare anche le cose di ogni giorno. La moda e il tessile dell'autarchia — il rayon, il lanital «lana dal latte» — la Moka Express di Bialetti, le macchine per scrivere Olivetti, la ceramica e il vetro. Sono gli anni in cui nasce, in nuce, il design italiano. Un racconto per fatti verificati, con gli oggetti, i luoghi e gli autori documentati da Cultural Heritage Online.

Una caffettiera Moka Express di Bialetti, ottagonale in alluminio, sul fornello con il caffè che sale e il vapore
La Moka Express di Bialetti, inventata nel 1933: la caffettiera ottagonale in alluminio è forse l'oggetto di design italiano più diffuso al mondo — nata proprio in questi anni, e da allora quasi immutata. Foto: Berteun Damman, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Quando pensiamo al Ventennio pensiamo all'architettura, ai monumenti, alle grandi imprese. Ma la storia del design italiano — quello che nel dopoguerra avrebbe conquistato il mondo — comincia proprio in questi anni, e comincia dalle cose di ogni giorno: una caffettiera, una macchina per scrivere, un tessuto, un piatto di ceramica. È una storia doppia: da un lato la nascita di una cultura del progetto e della qualità; dall'altro il segno di un'economia chiusa, l'autarchia, che per necessità politica spinse a inventare materiali e soluzioni nuove. Come sempre in questo archivio, le due cose vanno raccontate insieme, senza confonderle.

La caffettiera che conquistò le case: la Moka

L'oggetto-simbolo di questa storia è nell'immagine d'apertura. Nel 1933, nella sua officina di Crusinallo, in Piemonte, Alfonso Bialetti — che aveva imparato il mestiere dell'alluminio in Francia — mise a punto la Moka Express: una caffettiera per il fornello di casa, dalla inconfondibile forma ottagonale in alluminio, con il manico in bachelite per non scottarsi. Si racconta che la sagoma a spicchi gli fosse ispirata dalla figura della moglie; di certo la scelta dell'alluminio — leggero, moderno, e per giunta materiale autarchico, che l'Italia produceva in casa — non era casuale.

Fu un'idea democratica: in piena Depressione, quando andare al bar costava, la Moka permetteva a chiunque di farsi un buon caffè in casa. Rimasta pressoché invariata fino a oggi, ne sono stati venduti oltre 200 milioni di esemplari, ed è esposta al MoMA di New York come classico del design. Cultural Heritage Online ne ricorda l'inventore negli anniversari di nascita e morte.

La moda e il tessile: l'autarchia in fabbrica

Se la Moka nasceva quasi per caso, la moda di questi anni fu invece un progetto politico. Dopo le sanzioni economiche seguite alla guerra d'Etiopia (1935), il regime puntò con decisione all'autosufficienza. Nel campo dell'abbigliamento nacque a Torino, fra il 1932 e il 1935, l'Ente Nazionale della Moda, con il compito dichiarato di «italianizzare» il modo di vestire e di affrancarlo dalla supremazia degli atelier di Parigi.

Il Palazzo della Mostra Nazionale della Moda a Torino, edificio modernista con l'insegna «Mostra Nazionale della Moda» e file di bandiere, in una fotografia d'epoca
Il Palazzo della Mostra Nazionale della Moda a Torino, al Parco del Valentino, sede dell'Ente Nazionale della Moda: la moda diventa, negli anni Trenta, una questione di Stato. Fotografia d'epoca di Mario Gabinio. Foto: Mario Gabinio, Wikimedia Commons, CC BY 3.0 IT.

L'autarchia produsse anche vere e proprie invenzioni tessili. L'Italia divenne una grande produttrice di rayon, la «seta artificiale» ricavata dalla cellulosa, con colossi come la SNIA Viscosa. Ma il prodotto più singolare fu il lanital: una fibra simile alla lana ottenuta dalla caseina del latte, messa a punto dal chimico Antonio Ferretti e brevettata nel 1935. La «lana dal latte» fu celebrata come prova che l'industria chimica italiana poteva fare a meno delle importazioni: un vero «tessuto dell'Impero». Ne furono prodotte 94 tonnellate nel 1936 e oltre 700 nei primi mesi del 1937. Era morbida ma fragile a bagnato, e col tempo fu superata da altre fibre; ma resta il monumento tessile dell'autarchia.

Le macchine per scrivere: Olivetti e Ivrea

Il caso più maturo di design industriale di questi anni è la Olivetti. Fondata nel 1908 a Ivrea da Camillo Olivetti, l'azienda fece una scelta rivoluzionaria: affidare il disegno dei propri prodotti non a semplici tecnici, ma ad architetti e artisti. Nel 1932 uscì la portatile MP1 («Modello Portatile 1»), leggera e alla portata anche delle famiglie; nel 1935 la Studio 42, disegnata dagli architetti razionalisti Luigi Figini e Gino Pollini insieme all'artista di formazione Bauhaus Xanti Schawinsky.

Una macchina per scrivere portatile Olivetti MP1 (Ico) del 1932, nera, vista dall'alto
La Olivetti MP1 (1932), la prima macchina per scrivere portatile della casa di Ivrea: leggera e compatta, pensata per l'ufficio come per la casa. Foto: régine debatty, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Sotto la guida di Adriano Olivetti, figlio di Camillo, l'azienda fece del disegno del prodotto, della pubblicità, della fabbrica e persino della città una cosa sola: quella cultura d'impresa che avrebbe reso Ivrea un modello mondiale, oggi patrimonio UNESCO. La storia dell'azienda è custodita nell'Archivio Storico Olivetti; Cultural Heritage Online ne ricorda i protagonisti negli anniversari di Camillo e Adriano Olivetti.

Una macchina per scrivere Olivetti Studio 42 del 1935, dalle linee arrotondate e moderne
La Olivetti Studio 42 (1935), disegnata dagli architetti Figini e Pollini con Xanti Schawinsky: linee moderne e pulite per un oggetto d'uso quotidiano. Oggi è nella collezione del museo del design della Triennale di Milano. Foto: Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Ceramica e vetro

Accanto ai prodotti industriali, le arti del fuoco — la ceramica e il vetro — vissero una stagione ricchissima. Nella ceramica, la storica manifattura Richard-Ginori affidò il proprio rinnovamento a Gio Ponti, che dal 1923 al 1938 ne ridisegnò completamente il repertorio con forme di limpida eleganza. A Torino, la manifattura Lenci — nata nel 1919, dedita alla ceramica dal 1928 — produsse le celebri figurine di giovani donne alla moda, ironiche e Art Déco, che popolavano i salotti italiani.

Nel vetro, l'isola di Murano visse un rinnovamento profondo: la fornace Venini, fondata nel 1921, portò nella tradizione veneziana un gusto moderno ed essenziale, con maestri come Napoleone Martinuzzi. E la città di Faenza restava, come da secoli, capitale della maiolica. Molte di queste opere sono ancora sotto tutela del diritto d'autore: le raccontiamo qui a parole, rimandando ai musei e ai luoghi che le conservano.

Design e regime: autarchia, modernità, propaganda

Perché tanta innovazione proprio in questi anni? In parte per una spinta autentica — la nascita di una cultura del progetto, che alla Triennale di Milano trovava la sua vetrina — e in parte per necessità politica. L'autarchia imposta dopo il 1935 costrinse a cercare materiali nazionali (l'alluminio della Moka, il rayon e il lanital dei tessuti) e fu raccontata dalla propaganda come una vittoria: l'Italia che «si arrangia» da sola e ne fa un vanto. La moda «italianizzata», i tessuti autarchici, i prodotti nazionali erano insieme risposte a un'economia sotto sanzioni e strumenti di consenso.

Eppure, sotto la crosta della propaganda, maturava qualcosa di duraturo. Le aziende che affidavano il disegno dei loro prodotti ad architetti e artisti — Olivetti, Richard-Ginori — stavano inventando un metodo: quello per cui, nel dopoguerra, «design italiano» sarebbe diventato un marchio riconosciuto in tutto il mondo. La qualità di un progetto non cancella il contesto, e il contesto non cancella la qualità. Una Moka, una Olivetti restano oggetti bellissimi e utili; e restano anche figlie di un'epoca in cui l'autosufficienza fu insieme una necessità e una bandiera. Tenere insieme le due cose è il modo corretto di guardare a questa eredità.

Che cosa resta oggi

Di questa stagione è rimasto moltissimo, e in gran parte è ancora in uso o in vetrina. La Moka si produce ancora, quasi identica; le macchine per scrivere Olivetti sono nelle collezioni dei musei del design e la loro Ivrea è patrimonio UNESCO; la Triennale di Milano è ancora l'istituzione del design italiano; a Faenza e a Murano le arti del fuoco continuano.

Cultural Heritage Online documenta questi oggetti e questi luoghi come fonti storiche: descrive che cosa sono, chi li fece e quando, senza celebrarli né condannarli. È il modo in cui, oggetto per oggetto, si conserva la memoria di un'epoca — quella in cui l'Italia imparò a disegnare le cose di ogni giorno.

Per approfondire:

Arti decorative e monumentali → Il design dell'automobile → Tutti gli approfondimenti →

Domande frequenti

Quando è nata la Moka Express?

Nel 1933, inventata da Alfonso Bialetti nella sua officina di Crusinallo, in Piemonte. La caffettiera ottagonale in alluminio con manico in bachelite è rimasta quasi invariata: ne sono stati venduti oltre 200 milioni di esemplari.

Che cos'era il lanital?

Una fibra tessile artificiale ricavata dalla caseina del latte, messa a punto dal chimico Antonio Ferretti e brevettata nel 1935. Prodotta dalla SNIA Viscosa, fu presentata come «lana dal latte» e simbolo dell'autarchia dopo le sanzioni del 1935-36.

Perché l'autarchia influenzò moda e tessile?

Dopo le sanzioni seguite alla guerra d'Etiopia (1935), il regime puntò all'autosufficienza: crebbero le fibre artificiali (rayon, lanital) e nel 1932-1935 nacque a Torino l'Ente Nazionale della Moda, per «italianizzare» l'abbigliamento e affrancarlo da Parigi.

Perché le Olivetti sono importanti per il design?

Perché la Olivetti di Ivrea affidò il disegno dei prodotti ad architetti e artisti: la portatile MP1 (1932) e la Studio 42 (1935, di Figini e Pollini con Schawinsky) sono fra i primi esempi italiani di design industriale colto. Ivrea è oggi patrimonio UNESCO.

Quando nasce il design italiano?

Le sue radici sono negli anni fra le due guerre, quando le arti applicate trovarono nella Triennale di Milano e in aziende come Richard-Ginori, Olivetti e Bialetti un terreno di sperimentazione che sarebbe fiorito nel dopoguerra.

Fonti

Immagine d'apertura: Moka Express di Bialetti, fotografia di Berteun Damman, Wikimedia Commons, pubblico dominio. Le altre immagini sono accreditate nelle rispettive didascalie. Le opere ancora tutelate dal diritto d'autore (ceramiche, vetri) non sono riprodotte. Per i termini d'uso dei materiali di questa sezione si veda la Policy editoriale e termini d'uso.